Posts written by nocturnal

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    done :pannokkia:
  2. .
    richard ‘dick’ quinn
    brand new city
    mitski
    I think my fate is losing its patience
    I think the ground is pulling me down
    I think my life is losing momentum
    I think my ways are wearing me down
    Come da proverbio:
    d8f2cc0b799d5038a77c66f4a8761439
    Un esempio lampante, quello.
    Come, esattamente, Richard Anthony Quinn si fosse fatto trascinare in un angolo di quella bolgia a sorseggiare la peggior birra che il mercato potesse offrire è una storia lunga. Una che nella testa del sopracitato continuava a ripetersi come le immagini della cassetta di The Ring: scene confuse, pozzi, bambine che si pettinavano le ascelle. Quasi canon.
    La lettera si era praticamente calata sulla sua scrivania in un giorno non descritto. Nessun preambolo, nessun mittente. Posizionata sotto a documenti che era certo di aver sfogliato solo la notte prima, e che sapeva con certezza che nessuno avesse toccato nelle ore precedenti al suo ritorno; illogico. Ma aveva imparato a essere cautamente indifferente all’illogico, Richard: sotto certi punti di vista, si poteva addirittura dire che ne avesse fatto il callo. Sicuro era diventato una sorta di nomea — chi, a quel punto, non si aspettava di ritrovarsi nelle situazioni più strane in sua presenza.
    Aveva sollevato il sigillo. L’aveva aperta. Aveva letto i contenuti.
    L’aveva riposta in un cassetto, e se n’era dimenticato.
    Il giorno dopo, se n’era ritrovato un’altra.
    Stesse modalità, ma stavolta incastrata nel plico di pergamene in via di correzione. Sapeva — perché si era premurato di annotare la cosa — di non aver inserito alcun tipo di lettera sulla scrivania. Sapeva anche che, un’altra volta, nessuno si fosse addentrato nel suo studio. La certezza di quest’ultimo fatto stava in quello stesso plico: nessun trattato in più che accidentalmente gli era sfuggito tra la lista dei nomi che avevano consegnato in tempo.
    Parole più convincenti, in quella seconda lettera; uno studioso che aveva letto alcune delle sue pubblicazioni e voleva commentarne alcuni punti. Tempo di scendere di qualche riga, e calò anche il suo interesse. Perché nessuno leggeva le sue pubblicazioni; e di certo, anche chi cascava nel tranello non leggeva i suoi trattati più… audaci. Quelli che la sua università gli aveva gentilmente chiesto di ritirare dagli archivi, e che di fatto esistevano solo nella vetrina del suo appartamento.
    E di nuovo. Stessa storia. Stesse modalità.
    Il dubbio che potesse esserci lo zampino del Demonio gli era anche balenata in testa, vista l’insistenza. Ma era abbastanza certo che per quanto il Moonaire fosse un uomo in grado di mantenersi fedele ai suoi teatrini oltre il necessario, sapeva con ancora più convinzione che neanche lui si sarebbe osato tirare fuori materiale d’archivio sulla scienza sperimentale per il solo gusto di dargli fastidio. Era già tanto se ricordava il suo percorso di studi.
    Si era fatto raggirare come un bambino di fronte a una caramella, per farla breve. Affascinato dalla persona sconosciuta dall’altro lato del pennino, forse. Le vie verso il suo cuore, d’altronde, erano sempre state poche ma d’effetto.
    Quando l’ultima lettera gli aveva proposto, per la terza volta nel giro di una lunga, intensa settimana di contatti (unilaterali e) giornalieri, si era stretto nelle spalle e aveva accettato. Nel migliore dei casi era un altro docente, o qualcuno del personale scolastico, che aveva scelto di mantenersi anonimo per evitare pregiudizi o disagi; nel peggiore, un fanatico che voleva trascinarlo in una setta per riprendere il potere del mondo.
    La seconda meno strana della prima, visto il clima politico che si viveva di quei tempi. E quindi. Aveva qualcosa da perdere?
    «La ringrazio.» @ chiunque gli avesse offerto una salsiccia; non Al, perché sarebbe strano. E un tono che voleva essere piatto, ma sotto il frastuono della musica uscì di qualche decibel più alto del dovuto. Voce spezzata and all. «Ma credo di star diventando vegetariano.»
    -1? -1.
    marisatomay
    what am i looking for in a male character? i’m personally partial to little freaks who have suffered more than jesus so write that down

    gifs: dcmultiverse.tumblr.com
    i panic! at (a lot of places besides) the disco
    i see it, i like it, i want it, i got it
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    lee wonyoungvi annotifoseria grifi
    ma dico io.
    ma dico io.
    «sarà fallo, no?»
    cosa? boh, l’aria respirata dalla squadra serpeverde. non gli stessero attivamente rovinando i piani di vedere sgorbietto calciare la terra (con la sua faccia) (ma questi sono dettagli in più che non ci servono, ora) e piangere come un bambino alla quale avevano appena rubato una caramella, sarebbe quasi rimasto impressionato. o i grifondoro avevano imparato le regole quel mattino stesso, o le serpi erano sotto steroidi.
    per come stavano messe le cose era lui quello a cui stavano fregando la caramella da davanti, però, quindi eh.
    alzò un amorevole dito medio in risposta all’altrettanto amorevole gesto della mccarthy; poi puntò l’indice contro di lei, picchiettando l’aria un paio di volte prima di lanciarle un bacio. un ammazzati prima te amo ♡ per pochi eletti.
    e i grifondoro morivano di nuovo.
    «tragico.»
    gloom
    djo
    living in the middle between the two extremes
    (eliandi's version)
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    due. role di prova + post
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    dai basta prenoto la mascotte dei tassi
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    ↳ PRIMA UTENZA: homini lupus
    ↳ NUOVA UTENZA: milk bath
    ↳ PRESENTAZIONE: mhm
    ↳ ROLE ATTIVE:
    - aidan [08.04]
    - dick [29.04]
    - ken [29.04]
    - tooth [30.04]
    - chouko [25.04]
    ↳ ULTIMA SCHEDA CREATA: chouko [26.03]

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    richard anthony quinn
    Will you be a nihilist with me?
    If nothin' matters, man, that's a relief
    Solomon had a point when he wrote Ecclesiastes
    If nothing can be known, then stupidity is holy
    Era rimasto immobile, Richard Quinn.
    Non aveva distolto lo sguardo per un solo secondo. Paralizzato, perché ancora una volta non poteva sottrarsi dalla morsa fatale delle sue responsabilità. Gli piaceva credere che in questo – almeno in questo – fosse una persona semplice. Quattro anni prima, lo aveva fatto per salvaguardare i bricioli d’innocenza che ancora aleggiavano nelle anime degli studenti di Hogwarts. Ed era morto; soffocato in una pozza del suo stesso sangue, con gli occhi a vagare sulle figure sfocate a circondarlo. I battiti irregolari del corpo non identificato davanti a lui; sembrava uno studente. Dio, fai che non sia uno studente.
    Con le poche forze rimanenti, aveva stretto la mano attorno al suo polso. Per fare cosa, non ne era certo. Aggrapparsi alla speranza di poter soffiare vita nelle sue vene, forse.
    Stupidamente, il suo ultimo pensiero era andato a Edward Moonaire. Il primo, anche; quando il suo torace aveva ripreso a gonfiarsi, e il mondo si era riaperto dinanzi ai suoi occhi.
    Non l’aveva detto. Non c’era bisogno che lo facesse. Poteva tenersi la sua vergogna per sé, Richard; ammettere a se stesso, e a nessun altro, che il suo universo si chiudesse . I suoi genitori gli avevano sfiorato la mente solo dopo; quando il peso della sua coscienza lo aveva trascinato nuovamente in basso, ed era stato finalmente in grado di provare quella costrizione al petto che associava, ormai, alla sua famiglia. Il senso di dovere, che aveva preso da tempo il posto dell’affetto.
    Di cose ne erano successe, dopo quel giorno.
    Era tornato a casa.
    (aveva chiuso gli occhi.)
    Era tornato a lavoro.
    (aveva sognato cose terribili.)
    Aveva letto la tensione nella mascella di Phobos Campbell e Mitchell Winston.
    (li aveva riaperti.)
    L’aveva vista specchiata in quella di Guadalupe García Ramos.
    (li aveva chiusi ancora.)
    Aveva cercato risposte; aveva trovato nuove domande.
    (e aveva sognato altre città – altra morte – altra distruzione –)
    E aveva cercato di più.
    (–e si era svegliato di nuovo.)
    E aveva pensato ad Edward Moonaire.
    (e aveva pensato ad Eddie.)
    Non gli aveva detto niente. Non poteva sperare che capisse; non voleva, che capisse. Avrebbe solo reso tutto più concreto.

    Ma non poteva più fuggire, Dick. Non c’era libro in cui potesse rintanarsi. Di fronte a Seth – Abaddon – le sue strade si chiudevano.
    Le domande cessavano.
    E tutto ciò che rimaneva, era un profondo terrore. La certezza che da quella dichiarazione di guerra allo statuto di segretezza non si sarebbe tornati indietro. Che stessero a malapena sfiorando la superficie dei suoi piani; che forse, i suoi sogni, portavano un principio di realtà.
    Strinse i pugni, e mantenne il mento alto. Come gli era stato insegnato. Com’era giusto che facesse, anche di fronte a un destino segnato.
    (Il giorno del Giudizio s’avvicina,
    Se dobbiamo morire –
    )
    E allora, per la prima volta in anni, riempì i polmoni d’aria e pensò a Sebastian e Marcus.
    Al cimitero di bare vuote che risiedeva nel suo stomaco.
    A quelle che si sarebbero riempite.
    (...moriamo almeno tutti in allegria.)

    E fece il suo passo avanti.
    gif code
    1988
    brit
    neutral
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    vabbè basta pettinare le bambole. SCUSA KEN MI FACCIO PERDONARE GIURO MA SE NON LO FACCIO ORA POI MI DIMENTICO THATS WHO I AM AS A PERSON

    ↳ PRIMA UTENZA: homini lupus
    ↳ NUOVA UTENZA: niwabi
    ↳ PRESENTAZIONE: mhm
    ↳ ROLE ATTIVE:
    - aidan [26.02]
    - dick [14.03]
    - bonus tolé [14.03]
    - tooth [01.03]
    ↳ ULTIMA SCHEDA CREATA: tooth [04.02]
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    november 16th, 2006anabiosis
    n. return to life after apparent death
    eighteen y.o.
    columbia sophomore
    magic historian
    You always let me down so tenderly, So live fast and die young and stay forever numb
    Avrebbe dovuto ammonirlo. Logicamente, l’unica cosa da fare in una situazione simile – con il cadavere di una persona che poche ore prima aveva una mano nei suoi pantaloni a rantolare in giro per il campus scientifico e l’unica persona disposta ad aiutarlo (davvero, e non solo per consegnarlo alle autorità e rinchiuderlo in una cella per il resto della sua vita) a usare il momento per giocare con la sua sanità mentale precaria. Richard Anthony Quinn, che di poche cose era orgoglioso quanto il suo intelletto, e che era abbastanza adulto da poter alzare il mento e farsi valere e non ricadere nelle solite trappole, avrebbe dovuto ammonirlo. Ritirarsi con uno strattone, smettere di crogiolarsi a terra come un fallito e alzarsi, agire, neutralizzare il problema. Prendere la situazione di petto come più e più volte si era imposto di dover fare. E invece era un Dick, di nome e di fatto, e nonostante il suo cervello gli urlasse disperatamente di non farlo rilasciò un sospiro strozzato contro le sue labbra e si fece trasportare, incapace per l’ennesima volta di spingere via la parte di sé che mangiava via l’ultima vestigia di razionalità ogni volta che si ritrovava di fronte un Eddie. Ma perché proprio lui. Ma perché. Proprio. Lui.
    Tentò di richiamarlo al presente con quello che voleva essere un’esclamazione ferma e autoritativa, e che invece uscì fuori sottoforma di sussurro; un eddie che neanche Bella Swan in un universo alternativo in cui il predatore glitterato di nome Edward era lui, e che gli fece inevitabilmente avvampare le guance. Tanto lo sapevano entrambi, che sarebbe stata tutta una recita. Che non voleva davvero mettere fine a quel momento. Dorothea, per quel che gli riguardava, poteva benissimo andarsi a mangiare qualche studente inconsapevole e scatenare l’apocalisse. Tanto, ormai: sarebbe stato un problema per il Dick di dopo.
    Una fortuna che Edward avesse abbastanza lucidità per entrambi.
    «capito? sta zitto»
    Inspirò dalle narici, e scacciò via la nebbia dalla testa; aggrottò la fronte, allora, e incontrò il suo sguardo. Minchia, Moonaire. Non si chiese che problemi avesse solo perché la lista lo avrebbe tenuto occupato per fin troppo tempo, e lui si doveva dare una mossa.
    Spinse le ginocchia contro al petto e si trascinò su a fatica, occhio semivigile a cercare tracce di mortina in giro per la stanza.
    “Sta zitto”, disse. «edward.»
    Un richiamo secco, pronunciato con la stanchezza ancestrale che era solita seguire ogni frase che gli rivolgeva suo malgrado. Ma perché proprio lui: parte due.
    «potresti» e strinse i denti, esasperato, nel sentire l’ennesima provocazione fuoriuscire da Satana personificato. «evitare di–»
    8pa di vassoio.
    E prese un altro, lungo respiro.
    Sarebbe stata una serata molto lunga.
    Si fece coraggio, a quel punto, e tentò qualche passo in avanti – sguardo pietrificato a studiare la figura accasciata a terra. Con un tono di voce di qualche decibel più alto del dovuto, quindi, Lo Chiese ™: «…è morta?»
    Non era morta. Quantomeno non nel senso più tradizionale della parola, perché i morti non scattavano in piedi, e lei stava scattando in-fucking-piedi.
    Prima che potesse anche solo pensare di gettarsi addosso a uno di loro due le fece scoprire il fascino di un Everte Statim non verbale dritto dritto contro il muro; tastò i vestiti in cerca di una bacchetta che sapeva essere rimasta nei dormitori – e infatti. Un bene che, nonostante la chiara mancanza di giudizio, Dick fosse un eterno studioso e non avesse rinunciato a praticare anche se alla Columbia con la magia se ne lavava le mani allegramente.
    Usò quell’attimo di distrazione per eliminare una seconda volta la distanza tra loro due.
    «dobbiamo fermarla.» e fin lì. Mantenne lo sguardo fermo su sbrodolina, una scintilla sinistra ad illuminare gli occhi del Quinn; non c’era tempo per fingersi disinteressato.
    Ora che la vedeva davvero – distorta e sbagliata e di un pallore terribile, gli occhi vitrei e disorientati a percorrere la stanza, ma reale – le sue priorità erano cambiate.
    «dobbiamo fermarla», ripeté, stavolta con più convinzione. Quindi guardò Edward per qualche breve attimo, prima di tornare su di lei. «ma non dobbiamo ucciderla.»
    Era disumano, quello che voleva fare, ma, di nuovo: Dick non si era mai distinto particolarmente per altruismo. A ognuno la propria pecca.
    «ci dev’essere una risposta a tutto ciò.»
    Supponeva avesse ben poco a che fare con i rituali pseudoscientifici che aveva sperimentato Dorothea, e più con… altro.
    Fece schioccare la lingua contro il palato, ed esitò giusto quel poco necessario, prima di ammetterlo: «credo sia stato il mio sangue.»
    E solo allora espose ulteriormente il braccio, tirando su i lembi della camicia – lì dove un taglio netto, coperto da una benda che tirò via, era stato reciso.
    richard 'dick' anthony quinn


    WQjgSR4
    forse 8 sarà il nostro per sempre
  10. .
    aggiornato!!
  11. .
    aggiorno weeeeeeeeee
    (edit: metto moka tra i pv nonbinary - che aggiungo ora . - perché ho scoperto che usa they/them!!)
  12. .
    per una volta che non me ne dimentico

    nickname: homini lupus
    role attive: arcibaldo lasciamo andareee arciii mamma mia lasciami andare arci per favoreee
    PE accumulati sulla carta fidelity: 5
    scheda livelli: aidan - ritter - dick - tooth

    aggiornato



    Edited by zugzwang. - 27/2/2023, 13:01
  13. .
    ABILITATA BACINO
  14. .
    di nuovo qui stavolta col bg di tooth in palio. finiamo sta scheda
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    november 16th, 2006anabiosis
    n. return to life after apparent death
    eighteen y.o.
    columbia sophomore
    magic historian
    You always let me down so tenderly, So live fast and die young and stay forever numb
    Rigirò il pacchetto nel palmo. A malapena registrò ciò che gli stava dicendo Eddie, i pensieri forti come bombe ad ovattare ogni cosa che non fosse il rumore ripetitivo e confortante delle mentine che colpivano le estremità della scatola. Alzò lo sguardo sul Moonaire, a quel punto, prima di sopprimere il nodo che gli si era formato alla base della gola. Avrebbe dovuto trovarlo più preoccupante. Batté le palpebre, e rettificò mentalmente: doveva, imperativo, trovarlo più preoccupante. C’era uno scintillio nei suoi occhi, e le sue labbra avevano preso una determinata piega, e Richard Quinn non avvertiva alcun brivido di terrore. Ma avrebbe dovuto, logicamente. No? Tutta quella compostezza in una situazione simile non era normale. Edward non era normale.
    Inspirò e aspirò dalle narici, cercando di recuperare una parvenza di razionalità, e non distolse gli occhi neanche quando l’altro si avvicinò. Capì di essersi stretto contro il muro solo quando avvertì la superficie fredda contro la nuca; la naturale reazione di un animale privo di scampo di fronte a un predatore.
    Lentamente l’espressione mutò in una di pura confusione; sopracciglia inarcate, occhi a saettare lungo il volto del Moonaire. Insoddisfatto, cercò la sua risposta nelle iridi impossibilmente azzurre – quasi trasparenti sotto le luci fluorescenti del laboratorio. Ebbe appena il tempo di sussurrare un «…eddie?», prima che la mano dell’altro gli bruciasse la guancia. Stavolta mantenne lo sguardo basso, fisso su di un punto imprecisato della pavimentazione. Talmente scioccato da quella violenza improvvisa che neanche registrò veramente cosa fosse successo fino a che la voce di Edward, cristallina, non lo raggiunse di nuovo. Sicuro meglio di qualunque carezza: le fragilissime venature del suo cervello non avrebbero retto un gesto affettuoso, portandolo a perdere quel po’ di sanità mentale che gli era rimasta.
    Gli dolse ammettere, tra l’altro, che in parte aveva sortito l’effetto desiderato. Strinse i denti, spingendo per l’ennesima volta le dita tra i capelli.
    «ne sai più di quanto dovresti.»
    Che era un bene, vista la situazione. Sarebbe stato stupido autoconvincersi del fatto che fosse lì solo per quel motivo – perché era stata una scelta irrazionale, perché era l’unica persona su cui poteva davvero contare, per quanto triste la cosa potesse risultare, e perché non gli piaceva pensare troppo alle implicazioni di quella scelta. C’era qualcosa di affascinante nella facilità con cui tutto sembrava scivolargli addosso – impassibile e composto come Richard non era mai veramente stato in grado di essere, nonostante lo sforzo. Non era la pesantezza del suo portafoglio a rendere Edward Moonaire intoccabile, ma il suo stesso portamento.
    Si chiese brevemente, allora, se lo stesso luccichio che aveva visto animare gli occhi dell’altro fosse riflesso nei suoi, attivato da adrenalina e qualcos’altro. Scacciò via quel pensiero prima che potesse trasformarsi in una nuova ondata di panico.
    «io non… non credo.» un altro respiro strozzato, stavolta a pieni polmoni. Cercò Dorothea alle spalle di Edward quasi inconsciamente, prima di tornare all’interessantissimo linoleum ai suoi piedi.
    «non quando ce ne siamo andati. Il mio–» professore. Era lì con un docente. La sua assenza, così come quella della studentessa morta a pochi metri di distanza da loro, era stata sicuramente notata.
    Forse nessuno li aveva visti andare via, ma cosa cambiava? Collegare i punti sarebbe stato un gioco da ragazzi in ogni caso.
    Eh. Ops.
    Fece cadere le spalle, arreso. Era finito.
    Masticò l’aria per qualche secondo, e strinse dolorosamente le palpebre. «risaliranno a me. È inevitabile.»
    Avrebbe dovuto chiedergli di andarsene – liberare la scena del crimine finché era ancora in tempo e restarne fuori. Ma non era la brava persona che sarebbe voluto essere in quel momento, Dick: l’egoismo gli suggerì di tenerselo stretto finché poteva, e poco importava che l’avrebbe trascinato giù nel baratro con lui.
    Avvicinò quasi timidamente la mano verso Edward, per poi stringerla con decisione attorno al suo polso. Fece per dire qualcosa, a quel punto –
    E chiuse la bocca con un sonoro click.
    Non ci fece caso, quando la presa ferrea iniziò a disegnare mezzelune contro la sua pelle; e se Eddie si fosse sottratto da quel contatto non si sarebbe accorto manco di quello.
    Lasciò che il silenzio li circondasse fino a diventare opprimente; poi, con un filo di voce, «è sparita.»
    Nessun cadavere riempiva il tavolo su cui, era certo, la ragazza aveva esalato i suoi ultimi respiri.
    «è… è sparita
    E la conferma arrivò sottoforma di un rantolio; registrò la finestra spalancata, e ne udì un altro.
    Era proprio, cit, un cazzo di casino.
    richard 'dick' anthony quinn


    gustavo santaolalla - the last of us.mp3
78 replies since 21/4/2018
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